MI SONO ROTTA IL CAZZO - Ilmanualedella30enne
MI SONO ROTTA IL CAZZO
Di essere leggibile, digeribile, felice
E se sono troppo di sinistra, troppo femminista, troppo radicale, troppo arrabbiata, troppo sensibile, troppo intensa, troppo qualificata? Mi sono rotta il cazzo. Una valanga di etichette che mi si appiccicano addosso e che finiscono per pesare quanto tutti gli uomini con cui sono stata, messi uno sopra l'altro a costruire una Torre di Babele di interpretazioni, proiezioni, diagnosi e fraintendimenti dalla quale ne esce solo una versione assottigliata di me stessa. Una figura consumata dalla necessità continua di spiegarsi, giustificarsi, definirsi. Di essere leggibile. Di essere digeribile. Mi sono rotta il cazzo.
Viviamo in una società che ha trasformato ogni cosa in performance. Il lavoro, le relazioni, il dolore, la guarigione. Venti ore a settimana di stipendio che sparisce: IRPEF, IVA, il quattro percento che devo allo Stato, quella entità astratta e trasparente che si prende metà di quello che produco e in cambio mi offre la narrativa che devo essere grata di avere un lavoro. Spoiler: lavorare quaranta ore a settimana con paghe orarie da 1,43 euro non è normalità. È un fallimento politico collettivo e una forma di schiavitù. Ma in questa società che sembra succhiarci la linfa vitale e quei tre neuroni rimasti come il bacio dei dissennatori, bisogna produrre, e bisogna anche farlo bene, con entusiasmo, con un personal brand coerente, con un tone of voice calibrato sull'audience. Essere di nicchia significa essere d'élite, a meno che tu non riesca a monetizzare anche la nicchia, nel qual caso sei un genio del marketing. Mi sono rotta il cazzo. Delle relazioni che sono diventate algoritmi. Della psicoanalisi spicciola da un minuto e cinquanta. Della cultura-contenuto. Dell’arte diventata intrattenimento ottimizzato per la retention.
Mi chiedo: Nietzsche, quando scriveva lo Zarathustra, pensava agli insight? Pensava all'engagement? Pensava alla retention? Al tone of voice? Alla polarizzazione dell'audience? Non credo proprio. Nietzsche ci ha messo anni a riprendersi dal tradimento, dai pugnali nella schiena dell'amico Wagner, e sputava sul concetto degli svenduti. Mi sono rotta il cazzo.
Ma la concezione dell'arte che precede il mercato dov'è finita? Dov'è finita quell'idea romantica, egoica e forse ingenua, secondo cui si crea prima per capire qualcosa di sé, e solo dopo, eventualmente, dopo studio e letture, lo si offre agli altri. Non per essere rilevanti. Non per essere notati. Come gesto di passaggio, come chi racconta qualcosa perché l'ha vissuto e non riesce a tenerlo tutto per sé. Mi sono rotta il cazzo.
Mi mancano i salotti letterari. Mi manca un tempo che non ho mai vissuto. Mi manca l'idea che la cultura possa essere una necessità e non un contenuto, la schiena curva sui libri, la lampada flebile, le carte sudate. Questo è il tempo di fermarsi, sedersi e guardare una nuvola, oppure un albero, nella realtà oggettivissima di una nuvola e di un albero.
Forse dovrei andare in Australia a raccogliere le mele, come dice mia madre.
La critica classica al capitalismo potrebbe anche finire qui, ma no. Il sistema non si limita a sfruttarti. Ti dice anche come devi sentirti mentre ti sfrutta. E qui mi incazzo ancora di più.
Bisogna essere felici. Ecco, qui proprio non ho più remore. Il concetto di dovermi imboccare a forza la felicità come se fosse un obbligo morale mi fa venire il rigurgito. Perché è questo che è diventata, la felicità: un obbligo. Bisogna guarire. Bisogna evolvere. Bisogna perdonare. Bisogna lavorare su se stessi, altrimenti non stai crescendo, non stai evolvendo, sei bloccata, sei il problema. Cos'è questa teoria dei social per cui chi sta male deve per forza guarire? Che bisogna per forza amarsi, cos'è una dittatura della gioia? Chi è il nazista che ha concepito che bisogna essere felici per forza, così a cazzo, ogni momento, e che se non si è felici bisogna andare in terapia perché altrimenti non si sta lavorando su se stessi, non si sta evolvendo, non si sta perdonando? La cultura terapeutica di massa non è nata per liberarci: è nata per isolare il malessere nel corpo individuale e toglierlo dalla piazza.
Se stai male è perché hai un trauma irrisolto, un attaccamento ansioso, un ex con tratti narcisisti covert avoidant, e allora il problema è tuo, è suo, è di vostra madre, ma non è mai del sistema che vi ha messi in quelle condizioni. Ci impasticchiamo di fatti perché abbiamo guardato abbastanza reel da poter diagnosticare chiunque. Il nostro ex aveva il trauma genitoriale, maschile, femminile, un'omosessualità latente, sperante, navigante, levigante, assordante. L'importante è che ogni dolore abbia un nome clinico e una soluzione individuale. L'importante è che un buco si riempia — il vuoto, intendo, il vuoto dai.
Guarisci. Poi torna a produrre.
Non ci capiamo più un cazzo. Il mondo è pieno di reboot perché non sappiamo più cosa raccontare, siamo annichiliti, pensiamo tutti di avere ragione. Mentre io l'unica cosa a cui riesco a pensare è che alla mia età Sylvia Plath aveva gia infilato la testa nel forno e che ho una strana fascinazione per Travaglio e il suo capello brizzolato misto alla parlata politico-militante. I sogni che faccio su Travaglio sono pari a quelli che facevo su Eric ai tempi delle elementari, solo più erotici.
A 30 anni sono disillusa, ho il disincanto negli occhi e non voglio guarire in fretta. Voglio tenermi la rabbia, la disillusione, la tristezza. Sul vuoto che provo ci butto l'acqua sopra se mi va; non voglio considerarlo un malfunzionamento da correggere prima del prossimo ciclo produttivo. Le botole di Zerocalcare mi si mangiano dentro, e in quel freddo inverno voglio starci. Non perché sia romantico stare male. Ma perché il dolore che provo ha una causa reale, materiale, collettiva, e trasformarlo in un problema di igiene mentale personale è esattamente il gesto politico più reazionario che esista. Rivendico il diritto di stare male e di sapere perché.
Alla fine a suon “se vuoi stare meglio mangia una banana e fai una passeggiata”, si svuota anche il concetto stesso di felicità. Io, a trent'anni, sto ancora cercando di capire come la nostra personalità, incompleta, caotica, arrabbiata, in divenire, meriti un futuro senza doverla prima rendere presentabile al mercato.
Qui ci salva solo la cultura. Non l'intrattenimento, non il branding, non l'ottimizzazione, non la crescita personale come sostituto della coscienza di classe. La cultura. Quella che non produce profitto. Quella che non si ottimizza. Quella che ti lascia con più domande di quante ne avevi prima. Bisogna leggere di più. Pensare di più. Tornare ad avere conversazioni che non servono a niente, perché è proprio lì, nelle cose inutili, lente, non monetizzabili, che si nasconde ancora la possibilità di essere liberi. O almeno, di capire da cosa.